Su Lucky Man dei Verve [Terza Parte]

Settembre 9, 2007

Ritorno alle strofe di Lucky Man.

“Happiness/More or less” Felicità/più o meno… “Happiness/Coming and going” Felicità/che va e viene

Qui si parla di incompiutezza: mai nulla si compie una volta per sempre, tutto è soggetto alla legge del mutamento (Happiness/Coming and going) E si parla di ambivalenza e di contraddizione (Happiness/More or less): anche nella felicità si mescolano luci e ombre, il che ne fa un’esperienza davvero piena. Infatti, la felicità (adulta e consapevole) non è esente da una certa quota di dolore -si tratta del dolore e del lutto che si accompagnano alla coscienza della finitezza e della incompiutezza di ogni cosa: il Paradiso non esiste, non esiste il per sempre della gioia e dell’amore.

Questo tipo speciale di felicità segue al ’so chi sono’ e al ’so qual è il mio posto nel mondo’ ovvero alla consapevolezza della propria verità. Infatti:

“Happiness/Coming and going/I watch you look at me/Watch my fever growing/I know just where I am” Felicità/che va e viene/Ti guardo guardarmi/Guarda la mia febbre che sale/So esattamente dove mi trovo

Qui importante è quel So esattamente dove mi trovo, ribadito più avanti da una strofa bellissima che dice: “Happiness/Something in my own place/I’m stood here naked/Smiling, I feel no disgrace/With who I am”

Un uomo, arrivato alla luminosa anche se sofferta coscienza di sè (so dove mi trovo, so chi sono), si sente in pace, a posto con se stesso, nudo ai propri occhi, perché senza illusioni e senza mascheramenti, perché finalmente libero dai condizionamenti di un Io onnipotente e infantile a cui ha dovuto e potuto rinunciare:
La felicità/è qualcosa che c’entra col mio posto nel mondo/Sto qui in piedi, nudo/Sorrido e non mi vergogno /Di chi sono (I feel no disgrace with who I am, bellissimo in inglese)

“But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn/All the love I have is in my mind?” Ma quante svolte/ma quante volte per imparare/Che tutto l’amore che ho, è in me?

“Gotta love that’ll never die” È mio l’amore che non morirà mai

Qui un uomo -passo dopo passo, esperienza dopo esperienza- conquista una forma di sentimento molto speciale: venuta meno la proiezione del sentimento su un oggetto esterno (chi non si è mai illuso che quella donna o quell’uomo potesse rappresentare la realizzazione definitiva dell’Amore con la ‘A’ maiuscola, la risoluzione finale di tutti i nostri problemi e insicurezze in merito?), al suo posto si insedia la serena coscienza che l’amore viene dal nostro sè più autentico e profondo e che ne siamo noi stessi la fonte, inesauribile (love that’ll never die).

Naturalmente è una coscienza sempre molto realisticamente misurata: la propria individuazione, amare l’uomo/la donna che si è e con ciò la vita e il mondo, si sa, è un duro lavoro di acquisizione mai definitiva: But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn…


Su Lucky Man dei Verve [Seconda Parte]

Settembre 9, 2007

La parola-chiave della prima strofa di Lucky Man è ‘liberty’ (libertà) associata a ‘happiness’ (felicità) e a ‘change’ (cambiamento).
Ecco, credo che Lucky Man parli di questo, di cambiamento, di libertà, di gioia.

L’accettazione dei confini (dei propri limiti), il venire a patti con le proprie contraddizioni, la rinuncia ad ogni pretesa di completezza e di perfezione producono uno scarto decisivo, la svolta verso il cambiamento interiore e la scoperta della propria identità.
‘Sapere’ chi si è veramente, avvicinarsi alla propria verità, riconoscersi nei propri limiti è l’inizio della trasformazione, il passaggio dalle illusioni dell’io verso la coscienza di sè.

E qui sta la vera libertà: nell’essersi riconosciuti, dopo essersi guardati in faccia senza compassione ma anche senza riprovazione, consapevoli della propria solitudine e del suo valore; nel riconoscersi condizionati e limitati, e nel saperlo accettare serenamente.
E da qui scaturisce, del tutto spontaneamente, una gioia controllata, senza strepiti e grida, sussurrata ma non per questo meno intensa: la vera gioia del cuore.


Su Lucky Man dei Verve [Prima Parte]

Settembre 9, 2007

Richard Ashcroft ha avuto l’occasione di commentare così la sua ‘Lucky Man’:

“Penso che riguardi lo scoprire che hai un sacco d’amore intorno e ‘Ain’t I a lucky man cos I’ve discovered it.’ Di solito, nella vita non sai quello che hai finchè non l’hai perso, e talvolta ti svegli quando è già troppo tardi. Non voglio dire alla gente che il mondo è merda e non voglio averne niente a che fare, ma solo che qualche volta bisogna sorridere e abbracciare le belle cose che hai nella tua vita. Bisogna sempre avere una speranza e prima o poi qualcosa succederà”

Lucky Man è una canzone ai vertici delle mie preferenze, soprattutto negli ultimi tempi: certo non più attuale (è del ‘97), ma è salita alla ribalta della mia cronaca interiore. A mio avviso, il testo si presta a interpretazioni che vanno al di là di quel che ne può aver detto lo stesso Ashcroft.

È una canzone che porta in dono una serenità disincantata ma non cinica, malinconica ma non depressiva.

È un inno che celebra la bellezza della sofferenza, ineliminabile e necessaria maestra di vita, quel tipo di sofferenza speciale che il rinunciare alle illusioni di onnipotenza dell’Io inevitabilmente comporta.

È la poesia della tranquilla, equilibrata forza interiore che segue una così difficile presa di coscienza.

Nella sua assoluta semplicità, dice molto su come ci si senta dopo aver capito i propri limiti e le proprie possibilità, dopo aver serenamente accettato le proprie contraddizioni, dopo aver finalmente rinunciato all’illusione di un Io coerente, monolitico, perfetto.

È il canto libero e spontaneo di chi si è guardato allo specchio e si è piaciuto, così come è diventato, così come si è trasformato nel corso di un viaggio (mai finito) verso se stesso, la propria Verità, il proprio vero Sè.

Il testo lo trovate qui