Richard Ashcroft ha avuto l’occasione di commentare così la sua ‘Lucky Man’:
“Penso che riguardi lo scoprire che hai un sacco d’amore intorno e ‘Ain’t I a lucky man cos I’ve discovered it.’ Di solito, nella vita non sai quello che hai finchè non l’hai perso, e talvolta ti svegli quando è già troppo tardi. Non voglio dire alla gente che il mondo è merda e non voglio averne niente a che fare, ma solo che qualche volta bisogna sorridere e abbracciare le belle cose che hai nella tua vita. Bisogna sempre avere una speranza e prima o poi qualcosa succederà”
Lucky Man è una canzone ai vertici delle mie preferenze, soprattutto negli ultimi tempi: certo non più attuale (è del ‘97), ma è salita alla ribalta della mia cronaca interiore. A mio avviso, il testo si presta a interpretazioni che vanno al di là di quel che ne può aver detto lo stesso Ashcroft.
È una canzone che porta in dono una serenità disincantata ma non cinica, malinconica ma non depressiva.
È un inno che celebra la bellezza della sofferenza, ineliminabile e necessaria maestra di vita, quel tipo di sofferenza speciale che il rinunciare alle illusioni di onnipotenza dell’Io inevitabilmente comporta.
È la poesia della tranquilla, equilibrata forza interiore che segue una così difficile presa di coscienza.
Nella sua assoluta semplicità, dice molto su come ci si senta dopo aver capito i propri limiti e le proprie possibilità, dopo aver serenamente accettato le proprie contraddizioni, dopo aver finalmente rinunciato all’illusione di un Io coerente, monolitico, perfetto.
È il canto libero e spontaneo di chi si è guardato allo specchio e si è piaciuto, così come è diventato, così come si è trasformato nel corso di un viaggio (mai finito) verso se stesso, la propria Verità, il proprio vero Sè.

Novembre 19, 2008 alle 6:34 pm |
che canzone. la mia preferita in assoluto!!!