L’amore è un’erba spontanea, non una pianta in giardino.
Non è sacrificio
Ottobre 14, 2009…l’amore non è sacro, non è sacrificio di sé, non è rinuncia, non è mancanza e frustrazione… l’amore è libertà di essere ciò che si è e felicità di essere con un altro.
[LM]
Le due regine di Poseidone-Nettuno
Luglio 21, 2009Interessante (a proposito del sovrabbondante amore nettuniano) questa citazione dalla voce ‘Poseidone’ di Wikipedia:
<…se si fa affidamento sulle tavolette d’argilla in scrittura Lineare B giunte fino a noi, nell’antica città di Pilo era considerato il più importante tra gli dei; in queste iscrizioni il nome PO-SE-DA-WO-NE (Poseidone) ricorre con frequenza molto maggiore rispetto a DI-U-JA (Zeus).
Si trova anche una variante femminile dello stesso nome, PO-SE-DE-IA, il che indica l’esistenza di una dea compagna di Poseidone che in tempi successivi venne dimenticata.
Le tavolette rinvenute a Pilo riportano la memoria di sacrifici in onore de “Le due regine e Poseidone” oppure “Le due regine ed il re”. L’identità che più facilmente può essere attribuita alle “due regine” è quella di Demetra e Persefone o di due dee loro antesignane…>
[fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Poseidone]

Su Lucky Man dei Verve [Terza Parte]
Settembre 9, 2007Ritorno alle strofe di Lucky Man.
“Happiness/More or less” Felicità/più o meno… “Happiness/Coming and going” Felicità/che va e viene
Qui si parla di incompiutezza: mai nulla si compie una volta per sempre, tutto è soggetto alla legge del mutamento (Happiness/Coming and going) E si parla di ambivalenza e di contraddizione (Happiness/More or less): anche nella felicità si mescolano luci e ombre, il che ne fa un’esperienza davvero piena. Infatti, la felicità (adulta e consapevole) non è esente da una certa quota di dolore -si tratta del dolore e del lutto che si accompagnano alla coscienza della finitezza e della incompiutezza di ogni cosa: il Paradiso non esiste, non esiste il per sempre della gioia e dell’amore.
Questo tipo speciale di felicità segue al ’so chi sono’ e al ’so qual è il mio posto nel mondo’ ovvero alla consapevolezza della propria verità. Infatti:
“Happiness/Coming and going/I watch you look at me/Watch my fever growing/I know just where I am” Felicità/che va e viene/Ti guardo guardarmi/Guarda la mia febbre che sale/So esattamente dove mi trovo
Qui importante è quel So esattamente dove mi trovo, ribadito più avanti da una strofa bellissima che dice: “Happiness/Something in my own place/I’m stood here naked/Smiling, I feel no disgrace/With who I am”
Un uomo, arrivato alla luminosa anche se sofferta coscienza di sè (so dove mi trovo, so chi sono), si sente in pace, a posto con se stesso, nudo ai propri occhi, perché senza illusioni e senza mascheramenti, perché finalmente libero dai condizionamenti di un Io onnipotente e infantile a cui ha dovuto e potuto rinunciare:
La felicità/è qualcosa che c’entra col mio posto nel mondo/Sto qui in piedi, nudo/Sorrido e non mi vergogno /Di chi sono (I feel no disgrace with who I am, bellissimo in inglese)
“But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn/All the love I have is in my mind?” Ma quante svolte/ma quante volte per imparare/Che tutto l’amore che ho, è in me?
“Gotta love that’ll never die” È mio l’amore che non morirà mai
Qui un uomo -passo dopo passo, esperienza dopo esperienza- conquista una forma di sentimento molto speciale: venuta meno la proiezione del sentimento su un oggetto esterno (chi non si è mai illuso che quella donna o quell’uomo potesse rappresentare la realizzazione definitiva dell’Amore con la ‘A’ maiuscola, la risoluzione finale di tutti i nostri problemi e insicurezze in merito?), al suo posto si insedia la serena coscienza che l’amore viene dal nostro sè più autentico e profondo e che ne siamo noi stessi la fonte, inesauribile (love that’ll never die).
Naturalmente è una coscienza sempre molto realisticamente misurata: la propria individuazione, amare l’uomo/la donna che si è e con ciò la vita e il mondo, si sa, è un duro lavoro di acquisizione mai definitiva: But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn…
Su Lucky Man dei Verve [Prima Parte]
Settembre 9, 2007Richard Ashcroft ha avuto l’occasione di commentare così la sua ‘Lucky Man’:
“Penso che riguardi lo scoprire che hai un sacco d’amore intorno e ‘Ain’t I a lucky man cos I’ve discovered it.’ Di solito, nella vita non sai quello che hai finchè non l’hai perso, e talvolta ti svegli quando è già troppo tardi. Non voglio dire alla gente che il mondo è merda e non voglio averne niente a che fare, ma solo che qualche volta bisogna sorridere e abbracciare le belle cose che hai nella tua vita. Bisogna sempre avere una speranza e prima o poi qualcosa succederà”
Lucky Man è una canzone ai vertici delle mie preferenze, soprattutto negli ultimi tempi: certo non più attuale (è del ‘97), ma è salita alla ribalta della mia cronaca interiore. A mio avviso, il testo si presta a interpretazioni che vanno al di là di quel che ne può aver detto lo stesso Ashcroft.
È una canzone che porta in dono una serenità disincantata ma non cinica, malinconica ma non depressiva.
È un inno che celebra la bellezza della sofferenza, ineliminabile e necessaria maestra di vita, quel tipo di sofferenza speciale che il rinunciare alle illusioni di onnipotenza dell’Io inevitabilmente comporta.
È la poesia della tranquilla, equilibrata forza interiore che segue una così difficile presa di coscienza.
Nella sua assoluta semplicità, dice molto su come ci si senta dopo aver capito i propri limiti e le proprie possibilità, dopo aver serenamente accettato le proprie contraddizioni, dopo aver finalmente rinunciato all’illusione di un Io coerente, monolitico, perfetto.
È il canto libero e spontaneo di chi si è guardato allo specchio e si è piaciuto, così come è diventato, così come si è trasformato nel corso di un viaggio (mai finito) verso se stesso, la propria Verità, il proprio vero Sè.
Agosto 25, 2007
The Verve – Lucky Man
Una canzone di un adulto sereno equilibrato realistico ottimismo. Cercando di farsi un’idea di che cosa sia l’autonomia emotiva e sentimentale, è un ‘tool’ indispensabile.
Attaccamento
Agosto 20, 2007Il voler rimanere attaccati ossessivamente a un’esperienza cercando di riprodurla ‘ad libitum’ è un’attitudine autodistruttiva.
Bisogna lasciar andare, bisogna accettare, bisogna sapersi fermare.
Solo così possiamo di nuovo e ancora sperimentare, ‘fare esperienza’, sulla strada del nostra ‘individuazione’.
Libertà è la parola chiave del processo. Apertura è un’altra. È necessario rimanere aperti e accoglienti nei confronti dei segnali che costellano la strada, saperli riconoscere. Saper riconoscere le coincidenze significative, le adorabili sincronicità che ci suggeriscono gli inizi e inevitabilmente una fine.
Link:
- Nulla succede per caso
- Le coincidenze che cambiano la nostra vita
Un’introduzione divulgativa (a volte addirittura ingenua!) alla sincronicità e al pensiero di Jung in merito.
Una lettura facile, con qualche caduta di stile. La consiglio comunque.
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L’importanza di una relazione
Agosto 15, 2007Credo che una delle maggiori ‘deformazioni’ della sensibilità in fatto di relazioni sentimentali dipenda dall’espressione ‘per sempre’. Paura, insicurezza, solitudine ci portano al ‘per sempre’.
In realtà, dovremmo chiederci sempre: “Che cosa significa per ME questa relazione? Che posto occupa nell’orizzonte della mia evoluzione?”
Se guardiamo alla relazione da questo punto di vista, potremmo rimanere sorpresi: una relazione si potrebbe trasformare da ‘meta’ -illusoriamente imprescindibile per la nostra felicità- a semplice ‘tappa’ nel processo di individuazione della personalità.
Un punto di vista del genere ci renderebbe liberi: dalla paura dall’insicurezza dalla solitudine. E ci porterebbe a fare esperienze e non a costruire prigioni e muri. Solidi sì, ma tristemente invalicabili.
Una coppia
Luglio 2, 2007Sempre loro. Ora avranno 45 anni.
Lei -capelli lunghi mossi lasciati (quasi senza intenzione) grigi. Una donna non bella (se con ciò si intende un’armoniosa e non perfezionabile proporzione di forme). Ma che stile! -un’aura di eleganza consapevole eppure rilassata la circonda, accompagnando passi che non hanno incertezze. Colori accuratamente sobri: il verde che puoi trovare sull’altro lato delle foglie di salvia; bianco; ocra. Niente trucco e una scelta attenta di qualche ciondolo ‘tendenzialmente’ etno-folk. Nessuno sguardo seduttivo lanciato con noncuranza a saggiare la propria sperata avvenenza. Nessuno. Parla a voce bassa, inclinandosi appena verso il compagno, sicura dell’attenzione ricevuta.
Lui -scuro, abbronzato, fisico giusto, allenato senza eccessi. Un viso dai tratti maschili, dolce, però, con qualcosa di un puttino-sguardo-serio appena sceso da un soffitto affrescato della Mantova dei Gonzaga. T-shirt aderente nera e pantaloni di lino marrone comodi comodi (scendono larghi sui sandali scuri sobri e leggeri). ll quotidiano sotto braccio, lo sguardo intento, concentrato, dietro gli occhiali dalla spessa montatura nera. Ascolta e commenta le parole della donna. Ascolta con attenzione senza sforzo, senza tensione. Si nota l’abitudine al dialogo, l’esercizio dell’intensità. Nulla lo distrae, nulla lo attrae fuori dall’orbita dell’anima che gli sta a fianco. Il suo sguardo non segue nessuna traiettoria eccentrica. Lui è solo ’suo’, è assolutamente presente alla sua compagna, e con ciò anche a se stesso.
Sempre loro. Sempre così. Li vedo passeggiare così da vent’anni. Ho visto i loro venti e i loro trenta. Ho immaginato il lavoro e la vita in comune. Qualcosa di loro so. Mi è stato detto. Dalle scuole superiori. Un sodalizio indissolubile. Una scelta definitiva senza incertezze. Vivono ancora giovani sulla loro astronave, esplorando mondi un anno dopo l’altro. Li vedi insieme e intuisci il progetto. Insieme hanno un senso e una direzione. Immagino una vita di interessi comuni. Ecco, l’uno il terreno dell’altro, ricco e fertile, umido e accogliente per nuovi semi in germoglio. Li ho visti anche soli, senza la metà combaciante. Ma sentivo la sicurezza di essere in una solitudine condivisa -l’altro dentro di te. Un bagaglio leggero, una voce interiore, l’altro: un basso continuo che accompagna le armonie dell’io-me. Che sarebbero le parole tormentate di Anthony Kiedies senza l’intensità sensuale del basso di Flea? Triste e monodimensionale un’io separato, un solista che ha voluto uscire dal gruppo, ma lì -solo sul palco- perde ogni contatto e lascia il pubblico freddo e restio al bis…
Lui e Lei -Loro, eterni, monumentale sfida alla fragilità del cuore.
Forse non l’ho ancora detto, ma li ho visti tenersi per mano.
(Appoggio il palmare accanto alla tazza vuota di un lungo amarissimo caffè. Guardo senza interesse la cameriera cubana -mi viene incontro la sorridente nostalgia di un desiderio d’altro).
Amore cieco, amore profetico
Giugno 5, 2007Il califfo chiese a Laila: “Sei tu dunque colei per cui Majnun ha perso ragione e senno? Eppure non sei più bella di tante altre fanciulle.” Lei rispose, “Taci. Dici questo perché tu non sei Majnun!” Se ti fosse donata la vista di Majnun ammireresti i due mondi con un solo sguardo. Tu sei cosciente, mentre Majnun ha trasceso se stesso. In Amore esser desti è il peggiore dei tradimenti. Più l’uomo è desto, più all’Amore è cieco; esser desti, in Amore, è peggio che assopirsi.
Il dialogo tra il califfo e Layla parla di un amore che vede oltre l’apparenza, di un amore che guarda con lo sguardo del sogno.
Può sembrare una contraddizione ma non lo è: lo sguardo d’amore è lo sguardo cieco del profeta che -seppur cieco- sa vedere ‘dentro’ e ‘oltre’, perché non è distratto dall’esteriorità, dal ‘fenomeno’ nella sua realtà bruta, descrivibile e misurabile. Si tratta di un amore che proprio idealizzando l’Altro lo vede nelle sua realtà vera. Ne scopre le qualità migliori, l’Io più profondo, la Verità.
Guardando l’Altro con uno sguardo d’amore si scopre la sua autenticità. Solo chi vede l’altro nella sua verità può amarlo nutrendolo di un amore che è una spinta evolutiva e non una catena di possesso, punitiva e ostacolante: curare l’Altro, prendersi cura dell’Altro come si curerebbe un giardino splendido e con ciò curandosi… Un po’ come il giardiniere che la sera si ferma felice a innaffiare le piante dopo una giornata afosa: sa che il verde lo ama per questo ed è appagato dalla frescura che il verde gli offre in cambio.
Se ami la Verità dell’Altro, lo aiuti a crescere e l’Altro ti ricompenserà con l’ombra ristoratrice che cerchi.
Chi ama deve essere il terreno di coltura per il Sé dell’Altro: per le sue vere inclinazioni le sue passioni i suoi talenti, deve fargli da specchio -in noi, l’Altro si rifletterà com’è, e perciò vedrà rispecchiate le sue migliori qualità, non più distorte e negate dallo sguardo giudicante della norma e della società, della famiglia e dell’istituzione, di tutto ciò che può portare alla perdita di sé.
Io credo stia in questo il valore di un aspetto Luna/Urano e Venere/Nettuno:
amare in maniera avvolgente (Luna) l’IDENTITÀ dell’Altro (Urano) abbracciandolo in uno sguardo di amorevole madre; amare (Venere) ‘profeticamente’ (Nettuno), con la profonda intuizione dell’Altro e della sua Verità.
P. S. La mia Venere è questa: Venere in Cancro trigono all’Ascendente Scorpione al grado e a Nettuno (orbita di circa 4°) congiunta alla cuspide della Nona Casa.
Pubblicato da Luca Morandini
Pubblicato da Luca Morandini
Pubblicato da Luca Morandini 