Alle mie divinità

Agosto 5, 2009
Riordino il mio archivio così fluido e senza precisi confini da essere assolutamente e coerentemente nettuniano (mmh, mmh) e ritrovo questo mio piccolo omaggio alle divinità del mio cielo personale. Umilmente condivido con tutti i nettuniani (e i saturnini) come me… e con chi vuole. Ricordando a me stesso: “amare ciò che si è per essere ciò che si vuole!”.

Oscuro ti chiamano dio del tempo
e oscuro ti accolgo all’angolo estremo
dell’io, quadrilatero di passione
con quell’altro, dio dei mari e dei dubbi

Io sono tra voi, dèi non facili
uomo difficile anch’io
Ma… inchinandomi a voi
ubbidiente / io / sono!

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2007-09-29 08:33:36
ai miei dei (Saturno e Nettuno)
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Nota
Saturno all’Imum coeli e Nettuno all’Ascendente

Su Lucky Man dei Verve [Terza Parte]

Settembre 9, 2007

Ritorno alle strofe di Lucky Man.

“Happiness/More or less” Felicità/più o meno… “Happiness/Coming and going” Felicità/che va e viene

Qui si parla di incompiutezza: mai nulla si compie una volta per sempre, tutto è soggetto alla legge del mutamento (Happiness/Coming and going) E si parla di ambivalenza e di contraddizione (Happiness/More or less): anche nella felicità si mescolano luci e ombre, il che ne fa un’esperienza davvero piena. Infatti, la felicità (adulta e consapevole) non è esente da una certa quota di dolore -si tratta del dolore e del lutto che si accompagnano alla coscienza della finitezza e della incompiutezza di ogni cosa: il Paradiso non esiste, non esiste il per sempre della gioia e dell’amore.

Questo tipo speciale di felicità segue al ’so chi sono’ e al ’so qual è il mio posto nel mondo’ ovvero alla consapevolezza della propria verità. Infatti:

“Happiness/Coming and going/I watch you look at me/Watch my fever growing/I know just where I am” Felicità/che va e viene/Ti guardo guardarmi/Guarda la mia febbre che sale/So esattamente dove mi trovo

Qui importante è quel So esattamente dove mi trovo, ribadito più avanti da una strofa bellissima che dice: “Happiness/Something in my own place/I’m stood here naked/Smiling, I feel no disgrace/With who I am”

Un uomo, arrivato alla luminosa anche se sofferta coscienza di sè (so dove mi trovo, so chi sono), si sente in pace, a posto con se stesso, nudo ai propri occhi, perché senza illusioni e senza mascheramenti, perché finalmente libero dai condizionamenti di un Io onnipotente e infantile a cui ha dovuto e potuto rinunciare:
La felicità/è qualcosa che c’entra col mio posto nel mondo/Sto qui in piedi, nudo/Sorrido e non mi vergogno /Di chi sono (I feel no disgrace with who I am, bellissimo in inglese)

“But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn/All the love I have is in my mind?” Ma quante svolte/ma quante volte per imparare/Che tutto l’amore che ho, è in me?

“Gotta love that’ll never die” È mio l’amore che non morirà mai

Qui un uomo -passo dopo passo, esperienza dopo esperienza- conquista una forma di sentimento molto speciale: venuta meno la proiezione del sentimento su un oggetto esterno (chi non si è mai illuso che quella donna o quell’uomo potesse rappresentare la realizzazione definitiva dell’Amore con la ‘A’ maiuscola, la risoluzione finale di tutti i nostri problemi e insicurezze in merito?), al suo posto si insedia la serena coscienza che l’amore viene dal nostro sè più autentico e profondo e che ne siamo noi stessi la fonte, inesauribile (love that’ll never die).

Naturalmente è una coscienza sempre molto realisticamente misurata: la propria individuazione, amare l’uomo/la donna che si è e con ciò la vita e il mondo, si sa, è un duro lavoro di acquisizione mai definitiva: But how many corners do I have to turn?/How many times do I have to learn…


Su Lucky Man dei Verve [Seconda Parte]

Settembre 9, 2007

La parola-chiave della prima strofa di Lucky Man è ‘liberty’ (libertà) associata a ‘happiness’ (felicità) e a ‘change’ (cambiamento).
Ecco, credo che Lucky Man parli di questo, di cambiamento, di libertà, di gioia.

L’accettazione dei confini (dei propri limiti), il venire a patti con le proprie contraddizioni, la rinuncia ad ogni pretesa di completezza e di perfezione producono uno scarto decisivo, la svolta verso il cambiamento interiore e la scoperta della propria identità.
‘Sapere’ chi si è veramente, avvicinarsi alla propria verità, riconoscersi nei propri limiti è l’inizio della trasformazione, il passaggio dalle illusioni dell’io verso la coscienza di sè.

E qui sta la vera libertà: nell’essersi riconosciuti, dopo essersi guardati in faccia senza compassione ma anche senza riprovazione, consapevoli della propria solitudine e del suo valore; nel riconoscersi condizionati e limitati, e nel saperlo accettare serenamente.
E da qui scaturisce, del tutto spontaneamente, una gioia controllata, senza strepiti e grida, sussurrata ma non per questo meno intensa: la vera gioia del cuore.


Su Lucky Man dei Verve [Prima Parte]

Settembre 9, 2007

Richard Ashcroft ha avuto l’occasione di commentare così la sua ‘Lucky Man’:

“Penso che riguardi lo scoprire che hai un sacco d’amore intorno e ‘Ain’t I a lucky man cos I’ve discovered it.’ Di solito, nella vita non sai quello che hai finchè non l’hai perso, e talvolta ti svegli quando è già troppo tardi. Non voglio dire alla gente che il mondo è merda e non voglio averne niente a che fare, ma solo che qualche volta bisogna sorridere e abbracciare le belle cose che hai nella tua vita. Bisogna sempre avere una speranza e prima o poi qualcosa succederà”

Lucky Man è una canzone ai vertici delle mie preferenze, soprattutto negli ultimi tempi: certo non più attuale (è del ‘97), ma è salita alla ribalta della mia cronaca interiore. A mio avviso, il testo si presta a interpretazioni che vanno al di là di quel che ne può aver detto lo stesso Ashcroft.

È una canzone che porta in dono una serenità disincantata ma non cinica, malinconica ma non depressiva.

È un inno che celebra la bellezza della sofferenza, ineliminabile e necessaria maestra di vita, quel tipo di sofferenza speciale che il rinunciare alle illusioni di onnipotenza dell’Io inevitabilmente comporta.

È la poesia della tranquilla, equilibrata forza interiore che segue una così difficile presa di coscienza.

Nella sua assoluta semplicità, dice molto su come ci si senta dopo aver capito i propri limiti e le proprie possibilità, dopo aver serenamente accettato le proprie contraddizioni, dopo aver finalmente rinunciato all’illusione di un Io coerente, monolitico, perfetto.

È il canto libero e spontaneo di chi si è guardato allo specchio e si è piaciuto, così come è diventato, così come si è trasformato nel corso di un viaggio (mai finito) verso se stesso, la propria Verità, il proprio vero Sè.

Il testo lo trovate qui


Il tuo amore, a me stesso, m’ ha rapito

Giugno 3, 2007

Il tuo amore, a me stesso, m’ ha rapito
Ho bisogno solo di te
Mi consumo giorno e notte
Ho bisogno solo di te
Nessun bene mi incanta
Nessuna miseria mi tormenta
Del tuo amore mi accontento
Ho bisogno solo di te
Il tuo amore uccide gli amanti
Li immerge in un mare d’ amore
Li riempie della tua immagine
Ho bisogno solo di te
Ai soufi le delizie del Colloquio
Ai devoti il paradiso e le uri
Che i Majnun cerchino la loro Leyla
Ho bisogno solo di te
Che mi si bruci d’ora in poi
Che si gettino le mie ceneri al vento
Le mie ceneri andranno proclamando:
Ho bisogno solo di te
Younous Emre è il mio nome
La mia fiamma aumenta di giorno in giorno
In questo mondo e nell’altro mondo
Ho bisogno solo di te

(Younous Emre)

Fonte: http://it.geocities.com/anna_feliziani/Younous_Emre.htm<p